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Direttore: Alberto Mesca

L'intervista della settimana:
 
BOLERO IV, UNA INTENSA STORIA D'AMORE
 

Il cavallo plurivittorioso della quintana, oggi ha trent'anni e vive la sua giusta pensione ad Acquatino di Spello. Parlano Baldassarri e Nacca

 
 

Dal nostro inviato GILBERTO SCALABRINI

SPELLO – Come un arzillo vecchietto, completamente sordo e con una grigia velatura alla retina dell'occhio sinistro, il mitico campione a quattro zampe del rione Croce Bianca, trascorre i suoi ultimi anni di vita a Torre Acquatino. Con lui c'è pure una badante: una pony abbandonata nelle campagne di Spello e ospitata in scuderia. Gli fa compagnia e lo stimola a giocare, a muoversi, a vincere l'inedia senile. Stiamo parlando di Bolero IV, il cavallo di razza anglo-arabo-sarda, che ha regalato giornate favolose al campo de li giochi, prima che arrivassero i purosangue. Oggi ha 30 anni. Al profano possono sembrare solo un pugno di giorni, mentre se paragonati a quelli dell'uomo significano 100. Si, Bolero IV ha cento anni. A questa venerabile età, ha perso solo una parte del suo smalto. Non è più lo scattante destriero di un tempo, ma la grinta gli è sempre la stessa. Se è vero, come è vero, che nell'età senile ritornano alla memoria le imprese del passato, chissà quante volte sognerà il campo de li giochi, gli applausi, il delirio dei rionali, le imprese, i trionfi. L'ammirazione che il popolo quintanaro conserva ancora per questo cavallo, è grandissima, perché Bolero ha scritto pagine meravigliose nell'albo d'oro della giostra. E' stato una macchina da corsa veloce e precisa. Una vera Ferrari.
Siamo andati a trovarlo nella stalla di Torre Acquatino, dove il priore del Croce Bianca, Francesco Baldassarri , lo accudisce per fargli godere il giusto e onorato riposo che spetta al campione dei campioni delle giostre. Nell'ampio verde che circonda la casa colonica, Bolero IV è in buona compagnia: ci sono daini, cervi, oche, pavoni, galline. Ognuno nel proprio recinto, ma tutti circondati da tante attenzioni. Il vecchio campione gode delle cure particolari, come se dovesse ancora scendere in pista.
“Soffre il caldo –dice Baldassarri- e il mese scorso lo abbiamo anche ricoverato in clinica veterinaria per una cura ricostituente, perché non mangiava più”.
Baldassarri, si commuove quando parla del suo Bolero IV, soprattutto quando ricorda la sua personalità, pardon il suo temperamento vivace, nevrile, generoso e affidabile.
“Non è mai stato un cavallo grezzo –sottolinea con orgoglio- ma al contrario delicato, tranquillo, volenteroso. Mai una scorrettezza, uno sgarbo, a dimostrazione delle sue indiscusse virtù. Si montava con facilità eccezionale e in gara ha sempre offerto prestazioni superbe, tanto da meritarsi l'appellativo di cavallo-Ferrari. Ricordo che quando andammo in Sardegna nel 1983, con il cavaliere Sergio Villa, lo individuammo subito. Allora aveva appena tre anni, era un puledro. Fu un amore a prima vista e per la Quintana rappresentò la svolta. Corse il primo anno con Villa, facendo subito registrare tempi relativamente alti. Ma era ancora un puledro. Poi nel 1984, montato da Andrea Petterini, andò sotto al minuto e l'anno dopo fu il primo cavallo nella storia della giostra a fermare il cronometro a 59 secondi. Non vinse, ma il feeling con Petterini era perfetto, perché lo lasciava andare e lui s'impose per la velocità costante su tutti i 754 metri dell'otto, grazie anche alla lunga falcata da cui dipesero i tempi eccezionali. Bolero, figlio di Medar, ha una percentuale di 69,7 per cento di sangue arabo. Un vero figlio del vento. Le sue doti furono subito notate dagli esperti, perchè riusciva a mantenere la stessa velocità del rettilineo anche sulle curva. In curva, entra con intelligenza, cambiando marcia da solo”.

Perché lo avete chiamato Bolero IV?

“Il nome gli è stato affibbiato dai suoi allevatori, i fratelli Simi di Tuagre, in provincia di Sassari”.

Quanto lo avete pagato?

“Fu pagato 4 milioni e 600 milalire. All'inizio la cifra ci spaventò, poi siamo riusciti a mediare e l'affare si è concluso nel giro di poche ore. Allora, però, era una bella cifra. Stiamo parlando degli anni 1980. Subito dopo i suoi primi exploit nel campo de li giochi, la quotazione salì stelle: il suo valore era intorno ai 20 milioni. Non era molto –prosegue Baldassarri- nel senso che se fosse stato destinato agli ostacoli o ad altre specialità nelle quali sarebbe riuscito ugualmente a dimostrare la sua potenza nei garretti e quindi ad imporre la sua classe, la quotazione sarebbe stata molto più elevata”.

E' vero che è stato sempre trattato come un re?

“E' vero! Basti pensare che dopo ogni giostra, veniva tenuto a riposo dai tre ai quattro mesi. Gli venivano tolti perfino i ferri dagli zoccoli, affinché l'unghia si fosse rigenerata dallo sforzo fisico a cui era stato sottoposto prima e durante la Quintana. Poi , viveva normalmente libero nel parco dove si trova ancora oggi. Durante l'anno faceva molte passeggiate. Servivano per fargli fare fiato. Anche l'alimentazione era curata nei minimi particolari. Piuttosto esigente. Ogni settimana bisognava cambiare il tipo di fieno, perché non gradiva i prodotti concentrati. La biada, ad esempio, gli creava grossi problemi di intossicazione. Insomma, era ed è un cavallo particolare in tutto. Anche sulla pista, sempre pronto al suo exploit, alla conquista del Palio. Sentiva molto pure la gara. Appena entrava in campo, gli applausi, la caciara del popolo quintanaro lo caricava al massimo e lui dava sempre tutto se stesso”.
La storia quintanara di Bolero IV, ce la racconta, con dovizia di particolari, come alla moviola, Emanuele Nacca , il responsabile della scuderia ai tempi di Bolero IV.
“Io sono entrato a far parte della scuderia nel 1986, esattamente l'anno in cui Bolero vinse i due palii a tempo da record: 57.25, con una pista ancora in erba e sabbia. In sella c'era Mauro Mazzocchi, prototipo del fantino, grazie al peso, alle dimensioni e alla tecnica. Quell'anno, Mauro aveva una grande voglia di riscatto, dopo la sfortunata prova con Argo che spezzò il cuore in gola a tutti. Vinse Bolero, staccando di 7 secondi, nella somma dei tempi, il cavallo classificatosi secondo. Questi era Ettore, un altro cavallo della nostra scuderia, affittato al rione Ammanniti e montato da Giacomoni. Nel 1987, invece, fu una quintana sfortunata, ma Bolero ottenne il suo record alle prove con 56.25. Oggi è un tempo quasi alto, ma all'epoca era un tempo da cardiopalma. Nel 1988, è stato fermato ai box, perché Mazzocchi ci abbandonò per motivi personali. Provammo a farlo correre con l'attuale maestro di campo, Piero Cruciani, ma ebbe un incidente in prova. Al suo posto scese in pista Ettore che, per noi era il cavallo di scorta, mentre negli altri 9 rioni sarebbe stato il primo cavallo. Il risultato fu un'altra “doppietta” con Paolo Margasini, che rivalutò il suo stato di servizio dopo le sfortunate quintane con il Morlupo. Nel 1989, 1990 Paolo si riconferma signore degli anelli con Bolero, poi prende la strada di Ascoli. Una scelta che noi non abbiamo mai approvato, perché quella giostra è molta dura e i cavalieri restano spesso infortunati. Si è così rotto il matrimonio con Margasini. Nel 1991, abbiamo riposto la nostra fiducia su Simone Bocci che, sotto la guida tecnica di Mauro Mazzocchi, ha portato a casa due palii. Bolero, che aveva 15 anni, e, nella terza tornata della giostra della Rivincita (a distanza di una settimana da quella della sfida), fece una Quintana da brividi fermando le lancette del cronometro a 57.80. Un tempo che mise sotto pressione il buon Montefiori del Morlupo, che avrebbe dovuto fare una tornata più veloce per portarsi via il Palio, tanto che sbagliò un anello. Anche in questa occasione facemmo l'on plain. Dopo queste ultime due vittorie, pensammo di ritirare per sempre il cavallo. Nel 1992, invece, visto che era anche un grande cavallo, molto competitivo, con 5 vittorie al suo attivo, fu portato in pista a giugno per la prima quintana della lotteria nazionale. Arrivò terzo, perché su una dirittura finale prese un “inciampicone”, quindi fu costretto a fermarsi e poi ripartire. Perse qualche secondo, fatale per la vittoria. A settembre, lo abbiamo collocato in pensione”.

Emanuele Nacca ricorda pure quando Bolero IV era trasferito in primavera sul monte Vettore a Norcia, per respirare aria di montagna, oppure al mare.
“Ci alzavamo dal letto alle 4 del mattino –racconta- per portarlo con il van a Civitanova Marche, dove galoppava sul bagno asciuga della spiaggia. Prima di salire sul van, faceva qualche bizza, perché era abituato ad essere trasportato sul camion, dove aveva più spazio. In estate, però, accusava le forti temperature e noi gli preparavamo erba fresca e carote per farlo mangiare. Era seguito costantemente dal veterinario Massimo Elisei, il quale non è mai intervenuto con farmaci, bensì con sistemi naturali, integrando i nostri allenamenti con una alimentazione più o meno equilibrata, a seconda del periodo. Non abbiamo mai avuto bisogno di “spinte” particolari. Anzi, qualche cavaliere cercava addirittura i freni del cavallo e questo ci faceva arrabbiare, perché sapevamo di possedere la Ferrari della Quintana. Insomma, preferivamo andare fuori da protagonisti, piuttosto che correre una giostra con tempi bassi”.
In occasione della cena grande di giugno scorso, Francesco Baldassarri, ha voluto regalare a tutti i quintanari una grande emozione: riportare in piazza Bolero IV. E lui, come se avesse intuito di essere al centro dell'attenzione, si è pavoneggiato come faceva quando entrava in pista e sentiva la gara.
“Pavoneggiato si, ma molto tranquillo, nonostante la caciara degli applausi e di quanti lo hanno voluto accarezzare. Una tranquillità subdola, dovuta alla sua sordità, altrimenti…”.

Una geneaologia forte?

“ Il cavallo sardo arriva da lontano –spiega Baldassarri- ed attraverso l'arabo, da sempre miglioratore di elites della produzione ippica, la Sardegna testimonia la nobilta' di questa razza”.
Infine, ricorda le caratteristiche morfologiche di Bolero: altezza al garrese 170 cm , mantello baio, andature morbide, ma vivaci. Al cavallo della Quintana è stato pure proposto un monumento. L'idea fu lanciata, prima di lasciare la poltrona di palazzo Deli, dal presidente Ariodante Picuti. Non è stata ancora realizzata, ma sono in molti a spingere perché l'amministrazione comunale celebri il cavallo di giostra con un monumento. Non solo per ricordare i campioni, ma anche quelli che hanno lasciato il cuore sul campo, come Argo, Cà Granda e tanti altri. Molti ricordano le terribili immagini di Argo. Era il 1985. Il cavallo stava affrontando la curva del lato piscina, quando cadde rovinosamente sul terreno di gara. Entrambi gli zoccoli anteriori restarono attaccati ad un filo di pelle degli arti superiori. Fu subito portato fuori dal campo e poi abbattuto.

Il medico Gianfranco Toni, in quella occasione scrisse sullo speciale de “Il cittadino” una riflessione che commosse tutti:

Mi chiamavo Argo, cavallo di razza anglo-araba, e avevo 8 anni; quando sono stato abbattuto ero nel pieno della mia forza e della mia vigoria; ero veloce, avevo un bel portamento e un bell'aspetto, doti queste che sicuramente avevano contribuito a farmi scegliere per correre la Giostra della Quintana. Destino fortunato il mio rispetto a tanti amici simili, chiunque avrebbe potuto pensare, scelto per fare la cosa più naturale per un cavallo: correre tra ali di folla colorata, entusiasta e plaudente, confortato dalle cure attente ed affettuose del mio cavaliere. Una grande festa, fin quando la gara si fa più dura, più veloce, più tesa, fino a sfociare a volte nel dramma di un errore, di una caduta o di una morte, la mia. E' successo tutto così in fretta. Un attimo, prima correvo veloce e all'improvviso uno schianto e, con lo zoccolo anteriore destro quasi staccato mi sono trasformato da possibile alfiere di vittoria in un ingombrante e imbarazzante ammasso di carne inutile. A chi serviva un cavallo azzoppato? Deve essere abbattuto. E così è stato! E' stata una morte celebre, avvenuta sotto le telecamere. Questa mia morte ha suscitato commozione, sdegno, discussioni e polemiche, ma non certamente rimorsi. Diceva san Francesco. “Con tutte le creature, con tutte le cose saremo fratelli”. Tu fratello uomo, se posso chiamarti così, hai avuto forse pietà per me, ma non rispetto. Ma ricordati uomo che non sei al centro dell'universo, là dove la tua ignoranza e la tua presunzione ti hanno collocato, ricorda che tutte le forme di vita hanno la tua stessa dignità, e che solo grazie alle più umili di esse tu vivi. Ricorda che la tua violenza genera solo sofferenza e distruzione e che, quando è senza motivo, allora è veramente assurda e oscena. Ricordati uomo che mi hai ucciso per gioco. Addio!

Da molti anni, fortunatamente, grazie anche alla perfezione della pista, alle curve paraboliche, alle pre-visite del settore veterinario, al regolamento anti-doping e alla nuova cultura a tutela del cavallo, non si sono più verificate cadute così drammatiche. Sono stati anche messi al bando gli speroni a rotelle, dopo alcuni intolleranti episodi di strazio e sofferenze inutili, che avevano visto il costato degli animali completamente insanguinato per i colpi inferti. Un monumento al cavallo, dunque, è un atto dovuto!

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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