Intervista a Maurizio Menghinella, un umbro tra i ghiacciai del Polo Nord con i suoi cani da slitta
MAURIZIO MENGHINELLA
di Gilberto Scalabrini
Una cosa è certa: nessun umbro, prima di lui, ha guidato i cani da slitta nella tundra artica, dove il termometro scende anche a meno 50°. Questo uomo si chiama Maurizio Menghinella. Ha 37 anni, vive e lavora a Capitan Loreto di Spello ed è il campione nazionale di sleddog, lo sport a prova di sopravvivenza fra i ghiacci, che richiede tanto allenamento fisico, forza mentale e consapevolezza del rischio. Maurizio è uno dei musher italiani più attivi nelle competizioni di media distanza ed a tappe in Europa e al Polo nord. Ultimamente ha preso parte alla Finnmarkslopet, la gara che si svolge più a Nord del mondo, dalla Norvegia alla Finlandia. Gli oltre 80 partecipanti (due soli italiani), si sono sfidati tra le nevi, attraverso paesaggi di vetro. L'indivisibile team di Maurizio Menghinella, si è trovato per tre giorni alle prese con tempeste bianche, freddo e fatica, macinando 400 chilometri dei 500 della gara. Le sue mute hanno viaggiato anche di notte, ma subito dopo i primi 100 chilometri , Maurizio è stato costretto a lasciare un cane al ceek point per disidratazione. Infine, destino della sorte, a 100 chilometri dall'arrivo si è ritirato per non affaticare ulteriormente i cinque cani scelti per l'impresa.
“Siano partiti dall'Italia io e il mio amico Henry Coronica di Trieste, con l'intento di arrivare fino in fondo a questa gara estrema. Estrema, soprattutto, per chi, come me, abita in Umbria. La Finnmarkslopet è una gara durissima, sempre all'aperto, con corsa soprattutto durante la notte (il sole cala già alle 14) e limitate soste durante le ore più calde di luce, tutto ciò per superare meglio temperature minime che possono oscillare tra i -30 e -35 gradi centigradi . Ci siamo preparati in un certo modo e abbiamo, purtroppo, commesso degli errori, tipo l'alimentazione e l'allenamento dei cani. Tutto sommato, però, Henry ha finito la 500 chilometri con 7 cani (la partenza è con 8). E' arrivato non senza difficoltà, perché a causa della nebbia si è smarrito ed ha impiegato due ore per ritrovare la pista. Viaggiare in due è un'altra cosa, perché c'è un aiuto reciproco. Io invece ho dovuto gettare la spugna. E' stato giocoforza, non solo per il regolamento che prevede sotto ai 5 cani di fermarsi, ma anche e soprattutto per rispetto verso gli animali, che amo più di me stesso. Siamo arrivati in Norvegia 25 giorni prima della gara: troppo poco tempo per ambientare gli animali al tipo d'escursione termica. Si passa dagli 0 gradi o meno 20 dell'Italia a meno 40°. Il cane lasciato al primo ceek point, non si alimentava per lo stress. Non era mai successo. I nostri fedeli amici non vivono durante l'anno a così basse temperature, quindi prima adattarsi hanno una specie di “crisi”, che dura tre o quattro giorni. Era il cane leader di testa, ed ha tirato fuori il suo caratterino. Pertanto, gestire il team con un solo cane leader, significava rischiare grosso. Da qui la decisione a non proseguire la marcia”.
Con i suoi straordinari cani, Maurizio ha un feeling particolare, un legame fatto non solo di corde ma anche e soprattutto di fiducia e parole. Dai comandi impartiti con un timbro di voce alta, dipende spesso il destino di una gara: “A” per dire “sinistra”, “G” per dire “destra” “Alt” per arrestare la loro corsa. Non sono Siberian Husky, bensì meticci, nati da un intreccio di razze forti che li rende davvero speciali in questo tipo d'avventura.
Ha mai avuto paura?
“La paura c'è sempre e non è quella della pista o del freddo, bensì di non arrivare con i cani ai ceek point che si trovano dislocati ogni 80 chilometri . Se i cani si piantano per una qualsivoglia ragione, i primi soccorsi partono dopo 24 ore dal tuo ultimo passaggio al posto di controllo. A quelle temperature, più prolunghi la sosta, più i problemi si complicano. Ecco la vera paura”.
Non avete un cellulare, una radio ricetrasmittente?
“No, niente cellulare, radio o Gps. Sono ammesse solo una rudimentale bussola e la cartina. Davvero poco, quando si resta inghiottiti dalla foresta. Orientare la cartina è molto difficile, soprattutto se esci dal percorso per colpa delle tempeste di neve che coprono tutto, anche i paletti d'indicazione. Non si vede più niente”.
Hai mai visto la morte in faccia?
“Si, lo scorso anno, durante gli allenamenti. Stavo attraversando una sottile crosta di ghiaccio che copriva il letto di un fiume, quando ha ceduto e mi sono ritrovato immerso fino al collo nelle acque gelide. Fortunatamente sono caduto dentro soltanto io. Ero a 40 chilometri dal rifugio e c'erano venti gradi sotto zero. Mi ha tirato fuori Henry, con grande difficoltà, perché non poteva avvicinarsi più di tanto al cratere che si era aperto intorno a me, una voragine larga tre metri. Quando sono uscito dalle acque, la giacca era un blocco di ghiaccio. Sono rimasto in calzamaglia, fatta di un materiale speciale, costruita apposta da una ditta americana che mi ha sponsorizzato. Sono stati i 5 minuti più lunghi della mia vita. Più che il freddo, ho temuto le correnti del fiume, perché possono trascinarti in fondo, com'è accaduto ad un ragazzo del posto, inghiottito con la sua motoslitta. Il problema poi è stato ritornare al campo base con i soli indumenti intimi. Si trovava a due ore di marcia. Non sentivo più le gambe. Mi sono legato alla slitta, ma cadevo in continuazione. Il dolore era pazzesco, ma ho resistito e fatto movimento. La circolazione è ripresa dopo 40 minuti. L'incubo è finito al campo base, dove sono stato soccorso”.
Come descriverebbe, con un solo aggettivo, questa corsa fra i ghiacci?
“Affascinante, perché ambientata in uno dei luoghi più evocativi d'Europa: la Lapponia norvegese. Tra lunghe distese di neve fresca, tundra sub-polare e passi di montagna difficile, ci si rincorre tra foreste di conifere imbiancate e illuminate dal sole, che ricomincia a sorgere dopo il letargo invernale. Spesso, sotto danzanti aurore boreali e tramonti intensamente rossi, i cani giocano con me, abbracciando l'ebbrezza del gelo pungente di questo fantastico mondo”.
Come protegge le zampe degli animali dal freddo?
“Con scarpette di stoffa e pomate. Ogni 20 chilometri , bisogna fermarsi e sostituire le scarpe, perché diventano un blocco di ghiaccio e non svolgono più la loro funzione di protezione. Con la pomata si evitano le screpolature dei polpastrelli. Durante le soste, l'ora di riposo del musher è quasi tutta dedicata alle zampe dei cani. Il segreto di queste gare, sta nel rispetto delle ore di sosta. Fermarsi meno possibile, però, significa andare incontro al benessere del cane, evitare l'acido lattico alle zampe. L'affiatamento e il rispetto che mi unisce ai cani è molto forte. Si fa sentire soprattutto quando siamo soli, fra i ghiacciai, dove rimbalzano solo echi e fruscii della slitta”.
Che cosa porta con lei sulla slitta?
“Il minimo indispensabile per non sovraccaricarla: mangime, imbrachi, collari, ciotole, calzature, un piccolo fornello ad alcool per sciogliere la neve e far bere i cani, abbigliamento di ricambio, un razzo, un pugnale per tagliare il ghiaccio, le corde o per difendersi dall'assalto degli Aki; frutta secca, barrette di cioccolata e salsicce di Norcia. Queste ultime, hanno rivelato un insospettabile resistenza alle temperature più algide. Mangiarle al circolo polare artico, hanno tutto un altro sapore”.
Ha mai pensato di mollare tutto?
“Si, spesso, quando si presentano i problemi. Due anni fa, quando è morto Canu, stroncato in allenamento da un collasso, volevo mollare tutto. Non era malato, ma come accade anche per gli atleti, è stato colpito un infarto fulminante. A lui era molto affezionato. Per un periodo ho smesso le gare, poi ho ricominciato tutto da capo, perché a casa ho venti cani”.
Riesce a riconoscerli e a chiamarli tutti per nome?
“Si, perché gli voglio troppo bene. Il problema non è riconoscerli, ma dargli un nome. Con l'ultima cucciolata ho scomposto il mio e tre li ho chiamati Mau Ri e Zio.
Quale è la regola più ferrea nello sleddog?
“Quella di non chiedere niente a nessuno. In tutte le imprese c'è sempre mia moglie, Maria Teresa, che mi attende ai controlli, ma non può assolutamente nè aiutarmi né passarmi un eventuale oggetto che potrei aver dimenticato di mettere sulla slitta, pena la squalifica. Lei mi segue anche negli allenamenti, come pure mio nipote Filippo”.
Quale è il premio per chi vince la Finnmarkslopet ?
“Un Quod, una moto a quattro ruote, che costa sui 15.000 ero. Per tutti gli altri, invece, è già un successo la presenza o il fatto di arrivare alla fine di queste gare estreme ”.
Che razze di cani alleva?
“Allevo Alaskani. Sono dei meticci molto selezionati, con incroci che vanno dal cane da caccia al bracco, dall' Husky al Pointer e ai cani nordici. Si è creata quasi una nuova razza, ma non è stata ancora riconosciuta, anche se si tratta di cani con una linea di sangue fra le migliori al mondo. La loro caratteristica è la voglia di correre, la velocità, la resistenza, la socievolezza e il rispetto nei confronti del branco. Cani forti, robusti e “lavorativi”.
Quando, come e dove li addestra?
“Inizio gli allenamenti nel primo autunno a Spello, sul monte Subasio. I cani li lego dietro ad una moto a quattro ruote, poi salgo verso l'alto. Infine, mi sposto in montagna, dove c'è la neve. Uno dei posti eccezionali per gli allenamenti è Castelluccio di Norcia, ma ci sono mille problemi a livello burocratico e nessuno è mai disponibile a darti una mano. Allora, mi trasferisco con la maxi roulotte sulle Alpi, dove l'accoglienza di tutti i villaggi è squisita e dove posso coprire lunghe distanze, anche in velocità. In alternativa, vado pure in Svezia, dove Henry ha comprato una casa”.
Da parte del comune di Spello e della Regione riceve patrocini?
“Nemo profeta in patria! Purtroppo, nonostante abbia bussato alle porte del comune di Spello e a quelle della Regione, nessuno mi ha ancora aperto”.
E' seguito dai veterinari?
“Certamente, tanto che la prossima gara che andremo a disputare in Svezia, studieremo proprio lo sforzo fisico del cane. Una specie di ceek up per dimostrare scientificamente come le cure e i controlli in tutte le loro fasi di sviluppo e crescita, trasformano questi animali in veri e propri atleti. Occorre sfatare la diceria secondo la quale i cani da slitta sono sfruttati”.
E' una diceria anche quella che alcuni musher stranieri abbattono i loro fedeli amici d'avventura, quando non sono più in grado di fare risultati?
“Purtroppo no. Chi raggiunge dei risultati in posti dove questo sport è quello nazionale, usano il cane come un oggetto. Quando l'animale non è più in grado di assicurare una forte partecipazione, lo abbattono. Io sono in conflitto pieno con questo malcostume e, ogni volta, mi batto per i diritti di questi cani atleti, ai quali va assicurata una vecchiaia di tutto rispetto. Non è facile, perchè si tratta di una mentalità difficile da cambiare”.
Che temperamento hanno gli Alaskani?
“Sono forti, vivaci, intelligenti, affettuosi e caratterialmente tenaci, tanto che danno tutto quello che hanno dentro. Sono cani che affrontano anche gare da 1800 chilometri , con tappe da 200. Il giorno dopo sono subito pronti a ripartire. Hanno sempre tanta voglia di correre, correre e ancora correre su lunghe distanze. Il lavoro di squadra si basa naturalmente sulla fiducia reciproca. Reggono andature di 20/30 Km/h, a differenza del Siberian Husky che non riesce a tenere velocità così alte per lungo tempo”.
In estate fanno attività?
”Li porto in piscina, dove anch'io faccio nuoto con loro”.
Che cosa spinge un umbro a gareggiare con i cani da slitta?
“L'avventura estrema e il fascino di queste gare, unito all'incredibile entusiasmo che manifestano i cani durante le competizioni”.
Com'è nata questa passione?
“Un giorno, un veterinario mi ha fatto assistere ad una gara sportiva svolta dai cani da slitta. Sono rimasto folgorato. Da quel momento non mi sono più allontanato ed ho iniziato l'attività sportiva nel 1999. Sin da bambino, però, ho sempre avuto tanti cani. Ho fatto pure protezione civile come cinofilo e, per un periodo, ho preparato i dobermann ai concorsi di bellezza”.
L'esploratore polare Knud Rasmussen, ha detto: "Datemi la neve, datemi i cani e tenetevi il resto". Anche per lei vale la stessa filosofia?
“Si, anche per me vale la stessa filosofia, ovviamente senza mai offendere o sacrificare per questa avventura i miei inseparabili e preziosi amici a quattro zampe”.
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