NOCERA UMBRA – Questa è la triste storia di Michele Curci, Michelino per gli amici, rimasto orfano all'età di un anno, quando suo padre uccise la mamma a colpi di cacciavite. Oggi ha 24 anni e vive con la nonna materna, alla quale fu affidato dal tribunale dei minori di Foggia subito dopo la tragedia che ha sconvolto un paese e rovinato due famiglie.
Michele è un ragazzo d'oro, non soltanto per il carattere gioviale, l'allegria, la generosità, l'affetto che riserva alla nonna e agli amici, ma soprattutto per il suo spirito di solidarietà.
“Il fattaccio -racconta- è accaduto nel 1982 ed io mi sono ritrovato di colpo solo al mondo. Non ho mai compreso le ragioni di quel delitto. In ogni tragedia umana, ci sono cose che si capiscono subito e altre che non capiremo mai. Questa è una di quelle. Sò solo che i genitori di mio padre non erano contenti di questo matrimonio dal quale sono nato e le liti erano continue. Un bel giorno, forse dopo l'ennesima burrasca, esattamente il 27 settembre, mio padre ha colpito a morte mia madre, con diversi colpi di cacciavite all'addome e al collo. Una morte terribile. Io ero piccolo e non ricordo nulla di quella ferocia con cui mio padre si è accanito contro mia madre. Ho saputo poi, crescendo e rivolgendo sempre tante domande a mia nonna, che mamma avrebbe tentato prima di difendersi e poi di fuggire. Il delitto si è praticamente consumato sotto i miei occhi. Forse ho pianto, forse mi sono disperato, forse ero nella culla a dormire e sono stato svegliato dalle grida. Ho chiesto tante volte il perché di questo uxoricidio. Mia nonna mi ha raccontato la sua verità. Non so se sono riuscito a perdonare, perché in questa vicenda contano i fatti, anche se non posso stabilire esattamente come sono andate le cose. L'assassino ha raccontato ai giudici un'altra verità. Resta solo l'amarezza del dopo. Mio padre, condannato a 30 anni di carcere, ne ha scontati solo dieci. E' uscito dal penitenziario vent'anni prima. Per buona condotta. Ho letto che Lombroso, un grande criminologo, ha scritto che non è sano di mente chi versa sangue umano. Io non sono d'accordo, perché chi toglie la vita ha sempre un obiettivo ben preciso, lo fa in modo premeditato, quindi volontario. Sta di fatto che da 24 anni, questo dolore lo porto nel cuore e spesso mi chiedo perché è accaduto proprio a me.
Da quel giorno, io non ho più visto mio padre, né lui ha cercato me. Ho tentato di incontrarlo, per conoscere le sue motivazioni, ma lui non ha mai risposto alle mie lettere. Non vuole più vedermi. Non gli interessa nulla di suo figlio. Da quel 1982 sono a Foligno. Prima in affidamento a mia zia, poi presso la casa di mia nonna. Adesso, sono in attesa di una occupazione stabile. Nel frattempo, da diverso tempo mi dedico al volontariato. Il dolore mi dà una marcia in più, mi fa comprendere meglio chi soffre”.
Michele è un volontario della “Croce Bianca” e accompagna spesso i dializzati alle terapie.
Racconta Santina, una donna di 84 anni, sottoposta a dialisi: “E' un ragazzo solare e quando mi viene a prendere con l'ambulanza per accompagnarmi al reparto nefropatici, ha sempre parole gentili e di conforto. Spesso gli dico che vorrei rinunciare a vivere attaccata ad una macchina e lui allora mi rimprovera, mi dice che la vita è bella e va vissuta fino alla fine, anche in queste condizioni”.
Il sogno nel cassetto di Michele è diventare vigile del fuoco. I pompieri lo hanno sempre affascinato, tanto che pochi anni fa ha partecipato ad un corso per vigile discontinuo, imparando i principali rudimenti del mestiere.
“Questo lavoro mi piace troppo –confessa- perché ti insegna a lottare contro le calamità naturali e le tragedie della vita; ti rende forte, sicuro, soprattutto ti insegna come saltare gli ostacoli. Ogni volta che ho partecipato a qualche soccorso a persona, estraendo feriti gravi dagli abitacoli accartocciati delle auto incidentate, oppure a salvare il gattino che si era arrampicato sulla pianta e non riusciva più a scendere, il mio cuore si è sempre riempito di gioia, come se fossi io a rinascere una seconda volta. Adesso sogno di entrare nel corpo nazionale come vigile permanente, ma dovrò sostenere un concorso che tarda ad uscire. Spero di farcela, perché accarezzo questa passione da moltissimi anni, da quando per la prima volta ho visto i vigili del fuoco rischiare la propria vita per salvare quella degli altri. Ero un bambino di 10 anni e da quel momento ho detto: da grande voglio fare questo lavoro, rendermi utile per la società, senza chiedere in cambio nulla, né riconoscimenti né gratificazioni. Il vigile del fuoco opera sempre in silenzio, rischia pure la vita in silenzio. Per fare questo mestiere bisogna avere una particolare predisposizione. Io credo di averla e spero che questo desiderio si trasformi presto in realtà. In altre parole, vorrei fare mio lo slogan che ho letto in una caserma e che recita: dove tutti fuggono, io vado! Il vigile del fuoco è un uomo senza paura, anche se il panico fa parte dei sentimenti umani. Per il pompiere, però, è un'altra cosa. Soccorrere chi ha bisogno, chi è in difficoltà, significa applicare alla lettera quello che sta scritto nella nostra preghiera “un giorno senza rischio è non vissuto”. Per un vigile del fuoco, la ricompensa, ogni volta che riesce nell'impresa, sono gli sguardi e i sentimenti immutabili di chi quel gesto lo riceve”.
Durante il suo tempo libero, Michele Curci torna a trovare i suoi colleghi dei distaccamenti di Foligno, Assisi, Gaifana, Perugia, dove spesso è richiamato a svolgere i turni di servizio come vigile discontinuo. Tutti gli vogliono bene, anche se pochi conoscono il suo dramma, perché lui non ama parlarne. Sono ormai passati tanti anni e, pur sapendo che non è facile seppellire il dolore sotto una pietra, Michele tira avanti il suo pesante fardello. Scuote la testa, quando sente parlare di figli che maltrattano i propri genitori o li abbandonano a se stessi.
“Solo chi non ha potuto ricevere l'affetto di una mamma, può capire quanto dovrebbe essere grande l'amore e il sentimento verso chi gli ha dato la vita. La mamma è una figura importante per un figlio, non solo quando è nell'età dell'infanzia, ma anche in quella adulta. La mamma compie sempre l'opera di tutelare, sostenere, guidare, amare la crescita del proprio figlio. In questi 24 anni, io non ho saputo chiamare mamma o papà nessuno di quelli che mi sono stati vicino, anche se sono stati tanti quelli che mi hanno aiutato a superare questo trauma gravissimo. Neppure mia nonna che mi vuole molto bene chiamo mamma, perchè una nonna resta sempre una nonna, quindi una figura diversa. A lei, comunque, sono molto legato, perché con il suo aiuto ho costruito la mia infanzia e la mia adolescenza. Tutte le sere la saluto con un forte abbraccio e un bacio”.
A volte, mentre parla, improvvisamente Michele si blocca, spegne la parola. Ti fissa con i suoi due grandi occhi immoti. Solo dopo che sei passato attraverso questo improvviso silenzio, capisci che pensa molto più rapidamente di quanto riesca a parlare. In questa intervista ha parlato più del solito. Ma non sappiamo quanto abbia tirato fuori del suo dramma, perché rivangare il passato non è facile, soprattutto quando è intriso di sangue.
Conclude: “Da un'indagine che è stata svolta in Italia su casi come il mio, il 90 per cento dei giovani è andato in trattamento sanitario obbligatorio, oppure ha affogato il dispiacere nella droga o nella devianza. Il restante 10 per cento, è finito suicida. Io sono stato sempre contrario a queste scelte, perché ho capito che la vita non può sempre riservarci tutto”.
E si congeda con un sorriso, come se volesse cancellare per sempre quell'orrore, di cui non saprà mai le vere ragioni che hanno trasformato suo padre in un uxoricida.
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